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Gay weekend romantico: Lorenzo e Andrea a Lecce

Gay weekend romantico: due settimane a Lecce e al mare

| Amicizie che evolvono

Lorenzo ha aspettato che Andrea finisse di rispondere all'ultimo messaggio del weekend prima di chiudere il laptop. Era venerdì sera, la valigia era già pronta dalla mattina, e per una volta nessuno dei due aveva un turno da coprire, una riunione da rimandare o un treno da prendere in emergenza. Un gay weekend romantico era già una cosa rara per loro. Due settimane lo erano ancora di più. Erano partiti il lunedì con un Frecciarossa per Lecce, e nel tempo dilatato di quei giorni qualcosa aveva cominciato a muoversi, lento e inesorabile, come la marea.

Lecce, il primo lunedì

Il boutique hotel era nel centro storico, a tre minuti a piedi da Piazza Sant'Oronzo, con le pareti in pietra leccese e un'unica finestra che dava su un vicolo così stretto che il sole ci entrava solo per venti minuti a metà pomeriggio. Lorenzo lo aveva trovato su una lista che Andrea aveva mandato a febbraio, dimenticata in una cartella di Gmail, e quando lo aveva riscoperto a giugno era sembrato ancora perfetto.

Andrea aveva le spalle di chi aveva nuotato per dieci anni agonisticamente, ancora pronunciate nonostante avesse abbandonato la vasca a trent'anni per i turni in cardiologia. Portava le mani come si portano gli strumenti di un mestiere preciso, aperte, mai chiuse a pugno. Lorenzo invece era magro nel modo in cui sono magri certi giornalisti freelance che dimenticano di mangiare quando hanno un pezzo da consegnare, con una piccola cicatrice al sopracciglio sinistro che Andrea aveva imparato a toccare senza pensarci, come se fosse sempre stata sua.

La prima sera avevano mangiato in un locale in via Vittorio Emanuele II, il Mast, con i piedi a mezz'aria su sedie troppo alte e la birra fredda che faceva sudare il vetro. Non si erano detti niente di importante. Era stato bello proprio per quello.

Quando non c'è fretta

Dal quarto giorno in poi, qualcosa era cambiato nel ritmo delle loro conversazioni. Non che non si parlassero già, ma a Milano parlarsi significava scambiarsi frammenti, aggiornamenti, coordinate. Ci vediamo sabato. Ho il turno fino alle nove. Hai sentito la tua collega per il trasloco? Cose concrete, necessarie, che però non lasciavano spazio alla frase che stava sotto.

A Lecce, con due settimane davanti e nessuna urgenza reale, quella frase aveva cominciato ad affiorare. Non subito, non tutta insieme. Prima erano venute le domande laterali, quelle che suonano come osservazioni ma che in realtà sono un modo per testare il terreno. Se avessimo una casa grande potremmo avere un cane. Mia sorella ha già sistemato le pratiche con il suo compagno. Secondo te il Comune di Milano è ancora lento con le unioni civili?

Lorenzo le registrava tutte, da giornalista. Non le scriveva, ma le teneva. Aveva capito già dall'estate di Sitges che Andrea usava le domande laterali quando stava costruendo qualcosa di più grande, e che la cosa migliore era aspettare senza pressione finché non fosse pronto ad arrivare al centro.

Il settimo giorno erano andati al mare, verso Torre dell'Orso. Acqua verde chiaro, fondale basso per venti metri, poca gente di settimana. Andrea si era tuffato e aveva nuotato per trenta minuti senza fermarsi, con una tecnica automatica che nessun anno di pausa aveva cancellato del tutto. Lorenzo lo aveva guardato dall'asciugamano, con gli occhiali da sole e un libro che non aveva letto.

Al ritorno avevano comprato un'anguria dal furgone sulla Provinciale e se l'erano mangiata sul lungomare senza posate, con il succo che colava sul cemento. Erano le sette di sera e il mare era ancora caldo. Andrea aveva detto che avrebbe voluto che fosse sempre agosto. Lorenzo gli aveva risposto che agosto a Milano faceva schifo. Avevano riso, e per un momento la risposta alla domanda laterale era sembrata già scritta da qualche parte.

La sera al boutique hotel di Lecce

L'undicesima sera erano tornati in hotel tardi, dopo una passeggiata che era diventata lunga senza programmarla, fino alla Porta Napoli e poi indietro attraverso i vicoli del centro. Il vicolo fuori dalla finestra era già buio. La stanza aveva le travi a vista e un ventilatore a soffitto che girava lento, e l'aria portava ancora l'odore caldo del pomeriggio, pietra e lavanda dalla reception.

La stanza con le travi a vista

Andrea aveva posato le scarpe accanto alla porta e si era seduto sul bordo del letto senza togliersi la camicia, con le mani appoggiate sulle cosce. Lorenzo si era avvicinato senza dire niente e gli aveva messo una mano sulla nuca, e Andrea aveva alzato la testa per guardarlo.

Si erano spogliati lentamente, senza la fretta abitudinaria di Milano. La camicia di Andrea si era aperta bottone per bottone sotto le dita di Lorenzo, che aveva trovato la pelle del petto ancora calda di sole, leggermente salata sulla curva della spalla. Andrea aveva abbronzatura irregolare, il segno della canottiera lasciato dall'estate, e Lorenzo lo aveva seguito con le labbra dalla clavicola verso il basso mentre fuori si sentiva ancora qualcuno parlare nel vicolo. Poi il vicolo era diventato silenzioso.

Si erano sdraiati, e per qualche minuto avevano solo respirato, le fronti vicine, le mani che esploravano senza urgenza. Lorenzo aveva i fianchi stretti e le costole che si sentivano quando Andrea ci passava sopra il pollice, e Andrea se ne ricordava ogni volta come se fosse la prima.

Andrea aveva preso la testa di Lorenzo tra le mani, con quella precisione da cardiologo che Lorenzo aveva sempre trovato stranamente commovente, e lo aveva baciato piano. Poi aveva girato, e Lorenzo lo aveva preso in bocca con calma, con la lingua che conosceva bene i tempi giusti, mentre Andrea teneva una mano ferma contro la testiera e l'altra aperta sul fianco di Lorenzo. Erano rimasti così a lungo, con la luce fioca del ventilatore che disegnava ombre lente sul soffitto, finché Andrea non aveva detto il suo nome, e il tono era quello che usava solo quando voleva davvero qualcosa.

Lorenzo aveva preso il preservativo dal comodino. Si erano spostati, trovando la posizione senza doversi parlare, con la pratica di due anni di notti costruite insieme. Stai bene? aveva detto Andrea, e non era una domanda di cortesia. Benissimo aveva risposto Lorenzo, e aveva tirato verso di sé le spalle di Andrea perché capisse che sul serio.

Erano andati piano. Fuori si sentiva il rumore lontano di un motorino. La pietra leccese delle pareti era fresca anche d'agosto. Andrea aveva detto qualcosa che Lorenzo non aveva capito bene, poi aveva ripetuto più vicino, nell'orecchio, e questa volta sì. Lorenzo aveva chiuso gli occhi e aveva lasciato che le parole facessero quello che le parole fanno quando arrivano nel momento giusto.

Erano arrivati vicino insieme, con Lorenzo che stringeva l'avambraccio di Andrea abbastanza forte da lasciare il segno, e Andrea che aveva emesso un suono lungo, controllato, che Lorenzo conosceva come il momento in cui smetteva di essere medico e diventava solo sé stesso.

Dopo erano rimasti immobili per qualche minuto. Andrea aveva la fronte contro la tempia di Lorenzo e respirava. Lorenzo sentiva il suo stesso battito rallentare.

Voglio fare l'unione civile, aveva detto Andrea, piano, come se lo stesse dicendo al soffitto più che a lui.

Lorenzo non aveva risposto subito. Aveva aspettato di essere sicuro di avere la voce stabile.

Anch'io, aveva detto alla fine.

La mattina dopo

Al mattino avevano fatto colazione tardi, nel bar in fondo al vicolo, con i cornetti ancora caldi e il caffè troppo lungo che Andrea aveva bevuto comunque. Non avevano ripreso la conversazione della notte, non subito. C'era qualcosa di fragile nel dirla di nuovo troppo presto, come se le parole avessero bisogno di qualche ora per depositarsi prima di diventare concrete.

Avevano camminato fino alla Basilica di Santa Croce, con le facciate barocche che Lorenzo aveva visto mille volte nelle foto e che dal vivo avevano una scala che le foto non comunicavano. Andrea aveva fatto due foto con il telefono, poi lo aveva rimesso in tasca. Gli piaceva meno documentare di quanto piacesse a Lorenzo.

Era solo verso mezzogiorno, seduti su un muretto vicino alla chiesa dei Teatini, che Andrea aveva ripreso il filo.

Nel frattempo Andrea aveva preso appunti sul telefono, una lista di cose pratiche da verificare al rientro: quale Comune di Milano, quali documenti, se servivano testimoni. Lorenzo aveva letto la lista senza commentare. Poi aveva aggiunto: ci vuole un avvocato per il cognome? E Andrea aveva riso, e aveva detto che non lo sapeva, e che avrebbero scoperto tutto insieme.

Non so ancora come si fa praticamente, aveva detto.

Ci informiamo, aveva detto Lorenzo.

Era bastato così.

L'ultimo giorno

Il tredicesimo giorno avevano fatto i bagagli. Lorenzo era più veloce, per abitudine di anni di trasferte tra Firenze e Milano. Andrea ci metteva il doppio, piegando le cose con una cura che in realtà non serviva.

All'una erano già alla stazione. Il Frecciarossa per Milano era in orario. Sul marciapiede, aspettando che aprissero i tornelli, Andrea aveva messo una mano sulla spalla di Lorenzo senza nessun motivo pratico, solo per farlo. Lorenzo non si era spostato.

Fuori dallo schermo degli orari c'era ancora sole, e Lecce aveva ancora quell'odore di pietra calda che nei prossimi mesi, quando ci avrebbe ripensato, Lorenzo avrebbe associato all'estate in cui avevano deciso qualcosa. Il treno era partito puntuale.