
Gay Dubai: Tommaso, il layover e il party alla Marina
Gay Dubai era rimasta per Tommaso una parola geografica più che una destinazione: il posto del divieto, dell'assenza totale di punti di riferimento, la città dove l'unica regola era che non esistevano regole scritte a cui appoggiarsi, solo quelle non dette che imparava a leggere altrove. Aveva ventisei anni, un dottorato in fisica teorica al Politecnico di Milano, e un layover di trentasei ore sul volo di rientro da Kyoto, dove aveva tenuto una presentazione su correlazioni quantistiche che nessuno al di fuori della sala capiva davvero. Gay Dubai era un ossimoro, sulla carta. Poi aveva risposto a quel messaggio nell'atrio dell'hotel.
L'atrio del JW Marriott e il messaggio di Marco
Trentasei ore di layover
Era atterrato all'aeroporto internazionale di Dubai alle tre del pomeriggio, ora locale, con la testa ancora al fuso di Kyoto e le spalle indolenzite da dodici ore di economy. Il JW Marriott Marina si vedeva già dal taxi, sull'autostrada elevata: una torre di vetro verde tra altre torri di vetro verde, specchi che riflettevano luci di altri specchi in un gioco che non finiva mai. Aveva fatto il check-in, lasciato la valigia in camera al sedicesimo piano, poi era sceso di nuovo in lobby con il laptop e nessun piano preciso per le trentasei ore che gli restavano.
Fuori, Dubai aveva quarantaquattro gradi e l'aria ferma di un posto abituato ad aspettare. Tommaso aveva ordinato un americano al bar della lobby, aperto il paper sui quark pesanti che aspettava revisione da tre giorni, e non lo aveva guardato neanche una volta.
L'invito di Marco
Marco Russo, così si chiamava, lo aveva riconosciuto dalla maglietta con il logo della conferenza di Kyoto. Era seduto due divani più in là, con un espresso davanti e il giornale aperto a metà, con l'aria di chi aspetta qualcuno che non arriverà. Aveva trent'anni, capelli corti e scuri, la carnagione di chi non è abituato al sole ma ci vive dentro da due anni. Dottorando in fisica dei materiali alla Khalifa University, trasferito da Torino nell'autunno dell'anno prima: aveva scelto gli Emirati per il laboratorio, per il finanziamento, per il clima che d'inverno era sopportabile.
Avevano parlato per quasi un'ora: di fisica, di UAE, di come si viveva a Dubai senza essere né turista né pendolare di lusso. Marco conosceva tutti i ristoranti giusti, tutti i taxi affidabili, tutti i posti dove non andare la sera se si voleva stare tranquilli. Poi aveva ordinato un secondo espresso e abbassato la voce, non di molto, quanto bastava.
«Stasera c'è una cosa alla Marina. Casa privata, suite al ventiduesimo piano. Persone che si conoscono tra di loro, expat europei in maggioranza. Se ti va, puoi venire.»
Tommaso aveva guardato fuori dalla finestra panoramica verso l'acqua e le palme artificiali della Marina. Dubai era così: tutto sotto traccia, tutto a voce bassa, tutto dietro porte senza insegne. La regola era l'opposto esatto di Tel Aviv, dove la spiaggia gay di Hilton Beach dichiarava tutto ad alta voce, visibile da qualsiasi punto della costiera.
«Sì,» aveva risposto. «Ci vengo.»
La suite alla Marina
Porte senza insegne
Il taxi li aveva lasciati davanti a una torre residenziale anonima: nessun portiere con il sorriso professionale, nessuna insegna, solo un citofono e un codice numerico che Marco aveva inserito con la naturalezza di chi lo fa da mesi. L'ascensore aveva pareti specchiate e musica ambient appena percepibile, il tipo di suono che rende il viaggio verso l'alto più lungo di quello che è.
La suite era grande: soffitti alti, un balcone pieno affacciato sull'acqua illuminata. C'erano sette, otto persone al massimo. Un ingegnere francese, due olandesi che lavoravano in logistica, una coppia di spagnoli di Barcellona che si tenevano per mano sul balcone senza smettere di parlare tra di loro. Bicchieri di vino e di whisky, musica bassa, conversazioni in inglese e francese che si sovrapponevano senza urgenza. Nessuno presentava nessuno con il cognome. Bastava il nome, a volte neanche quello.
L'atmosfera degli expat
Nessuno guardava Tommaso con l'occhio del sospetto. Nessuno spiegava le regole del posto perché le regole del posto erano evidenti: eri qui, eri delle persone giuste, la porta era chiusa e il resto non esisteva. C'era qualcosa di notevole in quel tipo di ospitalità che non chiedeva niente, che non aveva la forma del benvenuto perché il benvenuto era già nei fatti: il codice condiviso, il vino stappato, lo spazio sul balcone.
Non c'era niente di ostentato, niente che potesse leggere un passante dalla strada. Ecco cosa rendeva Dubai diversa da tutto il resto che aveva conosciuto: la libertà non si mostrava, si abitava in silenzio, a ventiduesimo piano sopra le palme artificiali della Marina. Dentro quella suite, l'omosessualità non era dichiarazione né protesta. Era semplicemente il modo in cui stavano in piedi alcune persone in una stanza, senza necessità di altro.
Pierre e la notte alla Marina
Sul balcone
Pierre aveva trentadue anni, faceva l'ingegnere per una società petrolifera con sede ad Abu Dhabi e passava i weekend a Dubai perché ad Abu Dhabi, aveva spiegato in un inglese con l'accento di Bordeaux, era troppo silenzioso anche per lui. Capelli chiari con un filo grigio alle tempie prima del tempo, lo sguardo di chi ha smesso da un pezzo di calcolare quanto mostrare di sé.
Si erano ritrovati sul balcone quando gli altri si erano spostati dentro. L'acqua della Marina sotto rifletteva le insegne dei ristoranti chiusi o quasi: arancione, bianco, neon rosso che vibrava sull'acqua. Il calore secco di agosto aveva una qualità quasi solida, il tipo di calore che occupa spazio fisico, non solo temperatura.
«Sei qui da quanto?» aveva chiesto Pierre.
«Trentasei ore di layover. Parto domani sera.»
«Abbastanza.»
Abbastanza. Una parola con peso specifico diverso a seconda della lingua in cui la pensavi. In italiano aveva il sapore di qualcosa che ci si concede a malincuore. In francese, così pronunciata, sembrava un fatto accertato, già deciso da qualcun altro prima che tu arrivassi.
Erano rientrati dentro. Marco stava parlando con uno degli olandesi in un angolo della cucina a vista. La suite si era svuotata a metà. Il francese era partito con la coppia di spagnoli, salutando con la mano come se si conoscessero da anni, forse sì. Restavano Pierre, Tommaso, uno degli olandesi che si era addormentato sul divano con la giacca ancora addosso, e la Marina fuori dalla finestra che continuava a riflettere se stessa.
Il corpo e il silenzio
Pierre aveva appoggiato il bicchiere sul comodino.
«Posso avvicinarmi?»
«Sì,» aveva detto Tommaso.
Il balcone era rimasto aperto. Le luci della Marina filtravano tra le tende che nessuno aveva chiuso del tutto: strisce di neon riflesso sul soffitto bianco, il lento movimento delle ombre con il vento della sera. Il silenzio di Dubai era entrato nella stanza insieme a loro, e in quel silenzio c'era più spazio di quanto Tommaso si aspettasse.
Pierre aveva le mani precise, il tipo di tocco che non anticipa e che aspetta: aveva aspettato che Tommaso si girasse verso di lui prima di proseguire.
«Vuoi continuare?»
«Sì.»
Si erano spogliati senza fretta, con la luce delle torri che entrava obliqua. C'era qualcosa nel modo in cui Pierre teneva le mani ferme, fermo senza essere immobile, che rendeva ogni movimento una scelta condivisa e non soltanto subita. Non era urgenza, era presenza: la stessa qualità che Tommaso aveva riconosciuto nell'accento e nelle pause del francese, nella domanda fatta prima di avvicinarsi. Pierre aveva ralentato a metà, aveva chiesto ancora: «Va bene?»
«Sì. Continua.»
Dubai fuori dalla finestra socchiusa era la stessa città di quattro ore prima: quarantaquattro gradi, milioni di persone, leggi scritte in una direzione e corpi che si muovevano in un'altra, in silenzio, dietro porte senza insegne. Dentro quella stanza al ventiduesimo piano c'era solo la fisica elementare delle cose: calore, peso, la pressione delle mani di un altro sulla propria pelle, e nient'altro che contasse in quel momento.
Si erano addormentati poco dopo le tre. Pierre non russava. La Marina illuminata disegnava ombre lente sul soffitto bianco.
L'aeroporto di mattina
Aveva preso il taxi per l'aeroporto alle sei del mattino. Dubai fuori dal finestrino sembrava meno impossibile di quanto avesse immaginato: non più un'assenza, ma uno spazio vuoto, la differenza tra una stanza chiusa a chiave e una stanza che aspetta il prossimo occupante.
Pierre gli aveva lasciato il numero. Tommaso sapeva già che non avrebbe risposto, non per mancanza di desiderio ma perché quella notte aveva senso dentro al layover, nelle trentasei ore, non come principio di qualcosa d'altro. Era una cosa completa in se stessa, come una prova fisica che si fa e si chiude prima di passare alla successiva.
Su Tel Aviv aveva imparato che la libertà può dichiararsi ad alta voce. In un hammam di Beyoglu a Istanbul, dove era capitato per caso la settimana prima, aveva capito che può esistere anche senza dichiarazioni, in silenzio, tra mani che non parlano la stessa lingua. A Dubai aveva imparato la terza cosa: la libertà sessuale non ti dà una geografia, te la dà la rete di persone con cui sei. Marco Russo, fisico dei materiali da Torino, lo aveva invitato senza fare domande. Pierre, ingegnere petrolifero con l'accento di Bordeaux, aveva chiesto prima di avvicinarsi.
Non era poco. Era forse tutto quello che contava.
Il volo per Milano decollava alle diciotto e quarantacinque. Aveva cinque ore di scalo, un caffè lungo che non sapeva di niente, e il paper sui quark pesanti aperto sul laptop davanti a lui. La pista fuori dalla finestra era bianca di calore, quattro aerei in coda, il cielo degli Emirati opaco come vetro smerigliato.
Cominciava a scrivere.





