
Racconti gay erasmus: quello che Lukas non aveva mai detto
I racconti gay erasmus non li cerchi. Emergono da soli, con una notifica un martedì sera e un nome che non vedevi comparire da quasi due anni.
Lukas mi aveva scritto il lunedì sera: «Sono sull'Interrail, giovedì arrivo a Bari, parto sabato per Lecce, posso dormire da te?». Nessuna domanda vera, solo un'informazione seguita da un punto interrogativo quasi formale. Era identico a com'era a Milano, durante il semestre Erasmus, quando entrava in cucina del dormitorio come se avesse già il codice di accesso. Senza bussare. Senza aspettare.
Avevo risposto sì senza pensarci. Poi avevo pensato.
Mattia, il mio coinquilino, mi aveva visto fissare il telefono da sopra il divano. «È quello austriaco?» aveva detto, con un tono che non era una domanda. Io non gli avevo risposto e lui aveva sorriso come fanno le persone che credono di sapere già tutto.
Mattia aveva ragione sull'ottanta percento delle cose. Il problema era che non sempre era piacevole ammetterlo.
L'arrivo e la prima sera a Bari
Lukas era arrivato con un trolley piccolo e un'abbronzatura che non ricordavo. Due anni di differenza si vedevano: stessa altezza, stesse spalle larghe da ex nuotatore del liceo, ma il viso era più definito, la cicatrice sul mento più visibile sotto la luce del binario di Bari Centrale. Ventiquattro anni, ingegneria a Vienna, secondo anno di magistrale. Lo avevo riconosciuto prima che mi vedesse.
«Bari è più calda di come me la ricordavo», aveva detto come primo saluto.
«Sei arrivato ad agosto, Lukas.»
«Fine luglio. È la stessa cosa.»
Avevamo riso. Quella facilità vecchia si era riattivata subito, come succede con le persone con cui non hai mai dovuto spiegare niente. Avevamo camminato verso casa con i sacchetti della spesa e lui si era guardato intorno con attenzione, non da turista ma da persona che cataloga le cose per ricordarsele.
La prima sera avevamo mangiato in una friggitoria sul lungomare: panzerotti, polpi fritti, una birra fredda che si scaldava troppo in fretta. Avevamo parlato di Vienna, di Milano, di com'era andata dopo il semestre. Lui aveva un lavoro part-time in un laboratorio di ricerca al Politecnico di Vienna. Io avevo finito la triennale a marzo e stavo ancora decidendo se fare la magistrale a Bari o provare con un'altra città.
«Perché Bari?» aveva chiesto a un certo punto.
«Perché non avevo ancora capito dove altro andare», avevo risposto. Era la versione onesta.
Lui aveva annuito come se capisse qualcosa di più di quello che avevo detto. Lo avevo guardato fare quella cosa e avevo avuto la sensazione di trovarmi di fronte a un indizio che non riuscivo ancora a decifrare. La prima notte avevo dormito male.
Una cosa che aveva detto a Milano
C'era un momento che avevo rimosso. O meglio, che avevo catalogato nel modo sbagliato.
Era gennaio, durante il semestre Erasmus, l'ultima settimana prima che Lukas tornasse a Vienna. Eravamo usciti a bere in due, cosa che non avevamo mai fatto in quei mesi di dormitorio e grupponi. Alla fine della serata, sulla banchina della metropolitana di Milano, lui mi aveva detto: «Mi dispiace che tu non capisca il tedesco. Sarei curioso di sapere cosa pensi davvero delle cose».
Avevo riso e avevo detto che non capire il tedesco era il minimo dei miei problemi.
Avevo scritto a Tommaso qualche giorno prima che arrivasse Lukas, il mio amico di Milano, per chiedergli se aveva mai avuto la sensazione di non aver capito bene un momento del passato quando era accaduto. Lui mi aveva risposto con quella franchezza che aveva imparato nel tempo, da quando aveva smesso di complicarsi le cose inutilmente, e un sabato mattina alle terme di Viterbo aveva capito che aspettare non serviva a niente. Mi aveva scritto: «Di solito lo capisci solo quando torni».
Nel buio del mio appartamento di Bari, quella frase aveva un'altra forma.
Polignano e quello che non sapevo di aspettarmi
Il venerdì eravamo andati a Polignano a Mare con il treno delle dieci, Ferrovie del Sud Est, quarantadue minuti, finestrino aperto sul secco della campagna pugliese. Lukas aveva guardato fuori per tutta la durata del viaggio con quella concentrazione che hanno le persone abituate a osservare paesaggi nuovi senza commentarli. Io avevo guardato lui guardare fuori.
Avevamo passato il pomeriggio in acqua. Polignano in luglio non è un posto tranquillo, ma ci sono scogli abbastanza lontani dal centro dove si può stare senza pensare troppo. Lukas nuotava bene, questo non era cambiato, e lo guardavo dal bordo degli scogli con la sensazione di fare una cosa che avevo già fatto da qualche parte senza saperlo. Le sue spalle si muovevano nell'acqua con quella precisione meccanica di chi ha nuotato per anni a quel ritmo. La cicatrice sul mento spariva sott'acqua. Ricompariva quando risaliva a respirare.
Sul treno del ritorno, con Bari che si avvicinava e il sole ancora alto alle diciassette, Lukas aveva detto: «Devo dirti una cosa che avrei dovuto dirti durante l'Erasmus».
Avevo aspettato senza rispondere.
La confessione sul regionale delle diciassette
«A Milano mi piacevi», aveva detto. Senza preamboli, senza abbassare la voce. «Non ci ho fatto niente perché non sapevo se tu fossi, e comunque stavo per tornare a Vienna. Però te lo volevo dire adesso».
Il treno aveva frenato a una stazione intermedia. Era salita gente. Nessuno ci guardava.
«Perché adesso?» avevo chiesto.
«Perché Mattia mi ha scritto la settimana scorsa. Non so come ha trovato il mio numero. Mi ha detto: "Vai a Bari e digli quello che pensi, quello è un cretino ma capisce tutto tardi"».
Avevo fatto una pausa mentale per catalogare simultaneamente due cose: che Mattia aveva ragione, e che dovevo fargliela pagare. Poi avevo detto solo: «Parliamo a casa».
Lukas aveva annuito. Aveva rimesso gli occhiali da sole, aveva guardato fuori dal finestrino, e per i venti minuti rimasti non avevamo detto altro.
La risposta che non avevo mai dato
L'appartamento era piccolo e caldo. Avevo lasciato le persiane socchiuse tutto il giorno per tenere fuori il sole, e adesso che erano le diciotto c'era ancora una luce densa che entrava di taglio sul pavimento di cotto. Lukas aveva lasciato il trolley nell'ingresso senza dire niente. Io avevo chiuso la porta.
Non era stato un discorso lungo. Gli avevo detto che a Milano non lo avevo capito, o che forse lo avevo capito ma non abbastanza in fretta. Che comunque ero qui.
Lui aveva fatto un mezzo sorriso, con la cicatrice sul mento che si era stirata leggermente. Poi si era avvicinato.
L'estate nel cotto
Il primo bacio era stato lento, quasi sperimentale, le sue mani ferme sulle mie spalle. Sapeva di sale e di crema solare e di qualcosa di più specifico che non riuscii a identificare. Le sue spalle da nuotatore erano calde sotto le dita, la pelle liscia con una peluria chiara sul petto che spuntava dall'apertura della camicia. Avevo ventitré anni e avevo vissuto a Milano un semestre con questa persona senza capire quello che stava succedendo. Ce lo eravamo tolto di mezzo abbastanza in fretta, il tempo sprecato.
Ci eravamo spostati verso il letto. La sua bocca era scesa sul mio collo, poi sul petto, con un ritmo che non aveva niente di affrettato. I suoi capelli quasi biondi sembravano più chiari nella luce bassa. Aveva smesso di parlare del tutto e io avevo apprezzato quella concentrazione silenziosa, il modo in cui si era orientato senza chiedere, con le mani che si muovevano con sicurezza sui miei fianchi.
Aveva preso la mia carne in bocca con attenzione, le sue mani ferme sui miei fianchi, e io avevo guardato il soffitto dell'appartamento e poi di nuovo lui e poi di nuovo il soffitto perché guardarlo troppo a lungo creava un problema di controllo. Si era preso il suo tempo, con pause che sembravano calcolate, la pressione della sua lingua precisa come il ritmo con cui nuotava. Finché non avevo detto piano che era abbastanza.
Ci eravamo ribaltati. Il preservativo era nel comodino, lo avevo preso io, glielo avevo passato senza che servissero troppe parole. Si era messo sopra di me con quella stessa sicurezza tranquilla che aveva da quando era arrivato, senza fretta, orientandosi con lentezza controllata. Avevo sentito il peso delle sue spalle, la pressione delle sue mani che tenevano fermi i miei polsi contro il materasso, la resistenza iniziale e poi no. Il suo respiro cambiava con ogni movimento, più fondo, più regolare, come tornasse a un ritmo che conosceva bene.
Non aveva detto niente per quasi tutto il tempo. Solo una volta, a metà, aveva detto il mio nome in tedesco, con l'accento sbagliato nel posto giusto. Avevo risposto stringendogli il polso più forte. Era durato abbastanza da lasciare entrambi in silenzio dopo, distesi con il soffitto sopra e il ventilatore che girava lento nell'aria ancora calda.
Lui aveva detto: «Il treno per Lecce è alle undici di sabato».
«Lo so», avevo risposto.
Non era una domanda e non era un problema. Era solo un fatto da mettere nel posto giusto.
Avevo pensato alla banchina della metropolitana di Milano. «Mi dispiace che tu non capisca il tedesco. Sarei curioso di sapere cosa pensi davvero delle cose». Adesso capivo che non era stata una frase qualunque. Era stata la domanda vera, quella che non aveva trovato il modo di diventare domanda.
Lukas si era addormentato relativamente in fretta. Io ero rimasto sveglio ancora un po', con il ventilatore che girava e la luce di Bari che filtrava dalla persiana. Avevo scritto a Mattia un messaggio con solo un punto interrogativo.
Lui aveva risposto: «te l'avevo detto».
Avevo chiuso il telefono. Bari fuori, estate, una cosa capita tardi che era comunque andata a posto.





