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Sauna gay Firenze: incontro in Oltrarno

Sauna gay Firenze: Federico e il libraio di Santo Spirito

| Incontri gay casuali

La sauna gay Firenze non era un appuntamento segnato in agenda: Federico, trent’anni, consulente per una big4 milanese, era in città per tre giorni di conferenza sul segmento luxury, hotel ai Lungarni, riunioni compresse dalle nove a sera, e la prima serata libera era arrivata il mercoledì come arrivano sempre, senza istruzioni su cosa farci lontano da casa. Ha guardato il canale del Lungarno dalla finestra dell’hotel per qualche minuto, poi ha aperto l’app, ha cercato l’indirizzo salvato sul telefono mesi prima su un suggerimento trovato per caso, e ha deciso che la distanza a piedi era del tutto accettabile.

Mercoledì sera in Oltrarno

Il Ponte Vecchio a quest’ora ha ancora gente, turisti con le suole consumate che si fermano sul parapetto a guardare l’Arno. Federico ci è passato in mezzo senza guardare la corrente. Aveva l’indirizzo in testa e il passo di chi conosce già la destinazione, anche se non c’è mai stato. Settembre a Firenze è una stagione che i milanesi in trasferta non si aspettano mai: aria già fresca dopo le otto, piazze meno sature di luglio, una luce che scende di traverso tra i palazzi e rende tutto leggermente cinematografico.

Dall’hotel alla porta

La sauna era in una traversa di via dei Serragli, a cinque minuti da piazza Santo Spirito: insegna discreta, citofono, porta a vetri. Niente di appariscente. L’Oltrarno ha questo: riesce a contenere qualsiasi cosa senza sembrare fuori posto. Federico ha suonato, la porta ha risposto, e lui è entrato.

La cassa era gestita da un ragazzo sulla trentina con un auricolare in un orecchio. Asciugamano bianco, armadietto numero diciassette, sette euro. L’ambiente era piccolo ma curato: pareti grigio antracite, illuminazione bassa arancio, odore di legno bagnato e clorina. Niente musica ad alto volume, niente televisori accesi. Il tipo di posto in cui le persone vengono davvero per quello che sembra.

I primi minuti dentro

L’area umida era a sinistra: un bagno turco con quattro panche in legno di cedro, vapore denso, silenzio interrotto solo dal respiro di due uomini seduti agli angoli opposti. Federico si è fermato cinque minuti, abbastanza da sudare, poi è tornato nel corridoio.

L’attesa e i primi sguardi

Il corridoio delle cabine era stretto e aveva otto porte su due lati, quasi tutte chiuse. Quelle aperte significano disponibilità: è un codice che impari in due secondi. Federico camminava piano, asciugamano ai fianchi, guardando senza fermarsi troppo. Tre uomini, età diverse, nessuno che lo interessava in modo immediato.

Poi si è appoggiato a una parete e ha aspettato. In questi posti aspettare fa parte del gioco, non è sconfitta. È la parte in cui capisci cosa vuoi davvero quella sera, separato dal telefono, dall’agenda e dai duecentotrenta slide della conferenza del giorno dopo.

Mauro

Mauro è uscito dalla doccia con l’asciugamano a vita bassa e i capelli ancora bagnati, grigi sul sale, tagliati corti e senza pretese. Quarant’anni, forse qualcuno in più, con le mani di chi lavora con carta e oggetti: nocche larghe, unghie quadrate, dita con qualche macchia di inchiostro sul pollice destro. Le sopracciglia folte, il naso con una curva lievemente rotta, una corporatura media con i pettorali di un uomo che non va in palestra ma che ha una vita fisica. Federico lo ha guardato due secondi più del necessario, e Mauro lo ha guardato di ritorno per due secondi esatti, senza sorridere.

Niente di detto. La cabina numero cinque era aperta.

La cabina

Lo spazio era di due metri per due, un lettino imbottito, un gancio per gli asciugamani, una lampadina arancio in alto. Mauro si è messo seduto sul lettino, Federico si è fermato in piedi davanti a lui. Mauro ha posato le mani sulle cosce di Federico, con quella calma che hanno le persone che sanno già dove stanno andando a parare.

Il primo bacio è durato poco: bocche ferme, naso contro guancia, niente fretta. Mauro aveva il sapore dell’acqua calda e di qualcosa di vagamente secco, come carta invecchiata. Federico ha messo le dita tra i capelli bagnati di Mauro e lui ha emesso un suono basso, quasi una conferma.

Si sono spogliati in silenzio, nel modo in cui lo fai quando non c’è spazio per la scenografia. Federico si è tolto l’asciugamano, Mauro il suo. Federico era più magro, meno tonico di quanto avrebbe pensato di sé stesso in quel momento. Mauro aveva un corpo reale, con qualche chilo in più ai fianchi e una linea di pelo scuro dal petto alla pancia: il tipo di corpo che non chiede niente, si limita a essere lì.

Mauro ha iniziato con la bocca, senza che Federico glielo chiedesse. Le sue mani sulle cosce, la testa che si abbassava lentamente. Il modo in cui lo faceva aveva l’efficienza silenziosa di chi sa esattamente quello che sta facendo, senza performance, senza guardare su per vedere come stava andando. Federico ha appoggiato la schiena alla parete fredda e ha lasciato fare, con gli occhi chiusi e una concentrazione che non aveva avuto in tutta la giornata.

Dopo qualche minuto Mauro si è alzato, ha aperto il cassettino del lettino, ha tirato fuori un preservativo. Gesto automatico, nessuna parola. Federico ha girato le spalle, Mauro si è avvicinato da dietro con le mani sulle spalle di Federico prima, poi sul collo, poi le dita che scivolavano lungo la spina dorsale. La penetrazione è stata lenta, con una pausa a metà che Federico ha interpretato come attenzione e Mauro come calibrazione. Poi il ritmo si è trovato da solo.

C’era poco spazio per muoversi e questo aveva reso tutto più diretto: le mani di Mauro appoggiate alla parete ai lati di Federico, la respirazione che aumentava, il lettino che cigolava leggermente. Federico ha finito prima, con una mano sul muro e l’altra che stringeva il braccio di Mauro senza avere pianificato quel gesto. Mauro è seguîto trenta secondi dopo, con un suono contenuto e la fronte appoggiata alla nuca di Federico.

Silenzio. Il vapore del bagno turco entrava ancora da sotto la porta. Fuori qualcuno stava aprendo un armadietto.

La cena in Oltrarno

Post-coitum, in uno spazio di due metri per due, le conversazioni tendono all’essenziale. Mauro ha detto che si chiamava Mauro e che era di Firenze, zona Piazza Tasso. Federico ha detto che era di Milano e che era in città per lavoro. Nessuno ha chiesto dettagli.

Due ore fuori dalla sauna

«Hai mangiato?» ha chiesto Mauro mentre si rivestiva.

Non aveva mangiato. L’ultimo pasto era stato un panino in una pausa della conferenza alle tredici.

Sono usciti insieme, in quella zona attorno a piazza Santo Spirito dove di sera i tavoli escono sui marciapiedi e la gente si ferma con mezzo bicchiere di vino in mano come se avesse tutto il tempo. Mauro conosceva una trattoria con il pane sciocco e i crostini di milza, il tipo di posto che non appare sulle app ma che i fiorentini sanno a memoria. Si sono seduti fuori, luce gialla delle lampade al muro, aria di settembre appena fresca.

Mauro faceva il libraio antiquario in via delle Terme: libri del Novecento italiano, carte geografiche d’epoca, qualche stampa botanica e atlanti del Settecento. Il lunedì era chiuso, il mercoledì sera veniva qui a rilassarsi. Routine, ha detto, senza scomodarsi a giustificarla. Federico ha trovato quella parola onesta. Non aveva mai pensato di poter avere una routine della sauna, ma capiva il principio: una struttura nella settimana che non risponde a nessuno.

Hanno parlato di Firenze e di Milano come città dove vivere. Mauro non era mai stato tentato di spostarsi, nemmeno a trent’anni quando era partito per un anno a Barcellona e poi era tornato senza rimpianti. Federico non riusciva a immaginarsi ancora a Milano tra dieci anni, ma non sapeva dove altro andare. Nessuno dei due aveva fatto domande sull’altro oltre il necessario, e quello aveva reso la conversazione più leggera di molte altre che Federico aveva avuto ultimamente.

Tornando verso il Lungarno, Federico ha pensato per un momento all’altra sera che aveva passato in una sauna gay a Firenze, anni prima, sempre per lavoro, sempre in questa città. Quella volta era finita diversamente: niente cena, niente conversazione. Solo la strada di ritorno da solo. Forse era cambiato qualcosa nel mezzo, o forse no, forse era solo un mercoledì più fortunato degli altri.

L’addio

All’angolo di via dei Serragli

Si sono salutati all’angolo. Mauro ha detto che era bello averlo conosciuto, con il tono di chi lo pensa davvero ma non ha bisogno di amplificarlo. Federico ha detto lo stesso, e lo pensava anche lui.

Niente numero. Niente Instagram. Il mercoledì di Mauro sarebbe tornato tra sette giorni, con qualcuno d’altro o da solo, Federico lo sapeva senza che nessuno glielo avesse detto. Il suo aereo per Milano era giovedì pomeriggio. Questo tipo di incontri ha una geometria precisa: sono completi nel momento in cui finiscono, senza pezzi che restano in giro.

Ha camminato verso il Lungarno con le mani in tasca e il settembre fiorentino addosso. La conferenza riprendeva alle nove. La serata era andata.